Al Capolinea

Gelati e... oltre!

La Piadina

La piadina romagnola, inserita nell'elenco dei Prodotti agroalimentari tradizionali italiani della regione Emilia-Romagna, è originaria dell'Appennino tra Forlì, Cesena e Rimini, ma la sua diffusione raggiunge anche il ravennate e nel resto della Romagna.

E’ composta da una sfoglia di farina di frumento, strutto, sale e acqua, che viene cotta tradizionalmente su un piatto di terracotta, detto teggia in dialetto romagnolo. Oggi, più comunemente, viene cotta su piastre di metallo oppure su lastre di pietra refrattaria.

Non si presenta ovunque uniforme: ad esempio, la piadina forlivese, cesenate e ravennate è più spessa, mentre nel riminese tendono a stenderla molto sottile; quella pesarese, invece, è sfogliata e saporita.

Diverse sono le correnti sull'origine della piadina e sulla sua forma e impasto originale. Forse il pane nacque quando una donna lasciò cadere inavvertitamente un po’ di pasta su una piastra di pietra infuocata dal sole. In ogni caso ci sono tracce di questo tipo di pane già nell’antico Egitto.
All’inizio di questo secolo, in Romagna, la piadina divenne il cibo dei lavoratori agricoli e dei contadini poveri. Il pane si faceva e si cuoceva in casa, ovunque nelle campagne romagnole, di settimana in settimana. Si ricorreva alla piadina solo quando il pane finiva troppo presto e non c’era tempo per prepararne dell’altro.

 

 

 

LA PIADA

di Giovanni Pascoli

 

I

Il vento come un mostro ebbro mugliare udii notturno.

Errava non veduto tra i monti, e poi s'urtava al casolare

piccolo, ed in un lungo ululo acuto fuggiva ai boschi,

e poi tornava ancora più ebbro, coi suoi gridi aspri di muto.

L'udii tutta la notte, ed all'aurora, non più. Dormii.

Sognai, su la mattina, che la pace scendeva a chi lavora.

Or vedo: scende. Scende: era divina l'anima.

Il cielo tutto a terra cade col bianco polverio della rovina.

Non un'orma. Vanite anche le strade.

La terra è tutto un sol mare e onde bianche, di porche ov'erano le biade.

Resta il mio casolare unico, donde esploro in vano. Non c'è più nessuno.

E solo a me che chiamo, ecco risponde il pigolio d'un passero digiuno.

II

Sul liscio faggio danzi corra voli, Maria, lo staccio! e trpicchi giocondo,

vaporando il suo bianco alito fino, che si depone sul tuo capo biondo.

O lieve staccio, io t'amo. Il tuo destino somiglia al mio:

tener la crusca; il fiore, spargerlo puro per il tuo cammino.

E fai codesto con un tuo rumore lieto, in cadenza:

semplice ma bello per l'orecchio del pio lavoratore.

Ma triste, sotto mezzodì, per quello del viandante,

che rasenta i triti limitari del lungo paesello:

ch'ode un danzar segreto, ode tra i diti di donna sola, in ogni casa,

andare te, casalingo cembalo, che inviti lo sciame errante al tacito alveare.

III

Taci, querulo passero: t'invito. Sempre diventa il tuo gridìo più fioco:

taci: or ora imbandisco il mio convito.

Il poco è molto a chi non ha che il poco:

io sull'arola pongo, oltre i sarmenti, i gambi del granoturco, abili al fuoco.

Io li riposi già per ciò. Ma lenti sono alla fiamma:

e i canapugli spargo che la maciulla gramolò tra i denti.

Nulla gettai di quello che non largo mi rese il campo:

la mia man raccoglie anche i fuscelli per il mio letargo.

Serbo per il mio verno anche le foglie aride.

Del granturco, ecco via via mi scaldo ai gambi e dormo sulle spoglie.

Ciò che secca e che cade e che s'oblia, io lo raccolgo: ancora ciò che al cuore si stacca triste

e che poi fa che sia morbido il sonno, il giorno che si muore.

IV

Il mio povero mucchio arde e già brilla:

pian piano appoggio su due mattoni il nero testo di porosa argilla.

Maria, nel fiore infondi l'acqua e poni il sale; dono di te, Dio;

ma pensa! l'uomo mi vende ciò che tu ci doni.

Tu n'empi i mari, e l'uomo lo dispensa nella bilancia tremula:

le ande tu ne condisci, e manca sulla mensa.

Ma tu, Maria, con le tue mani blande domi la pasta e poi l'allarghi e spiani;

ed ecco è liscia come un foglio, e grande come la luna;

e sulle aperte mani tu me l'arrechi,

e me l'adagi molle sul testo caldo, e quindi t'allontani.

Io, la giro, e le attizzo con le molle il fuoco sotto,

fin che stride invasa dal calor mite, e si rigonfia in bolle:

e l'odore del pane empie la casa.

V

Chi picchia all'uscio? Tu forse, Aasvero,

che ancora cammini per la terra vana, arida foglia per un cimitero?

Chi picchia all'uscio? ...E fioca una campana suona... Chi suona?

Forse un vecchio prete, restato a guardia della tomba umana?

E' solo; e ancora mezzodì ripete l'Angelus,

ed a rincasare invita, morti, voi, che sottoterra ora mietete.

Socchiudo l'uscio. Antica ombra smarrita, che in cerca erri del corpo;

ultima foglia, che stridi ancora dove fu la vita;

quel vento t'ha portato alla mia soglia, vecchio ramingo,

ultima foglia morta d'albero immenso che non più germoglia?

Ma tu sei vivo: hai fame! E qui ti porta necessità. Sei vivo: soffri!

Vivo sei: piangi! Ed ecco, dunque, apro la porta:

entra fratello, che ancor io ...si, vivo.

VI

Entra, vegliardo, antico ospite: ed ecco l'azimo antico degli eroi,

che cupi sedeano all'ombra della nave in secco

(si levarono grandi sulle rupi l'aquile;

e nella macchia era tra i rovi un inquieto guaiolar di lupi...):

il pane della povertà, che trovi tu, reduce aratore, esca veloce,

che sol s'intrise all'apparir dei bovi:

il pane dell'umanità, che cuoce in mezzo a tutti, sopra l'ara,

e intorno poi si partisce in forma della croce:

il pane della libertà, che il forno sdegna venale;

cui partisci, o padre, tu, nelle più soavi ore del giorno:

ognuno in cerchio mangia le sue quadre; più, i più grandi,

e assai forse nessuno; forse n'ebbe più che assai la madre,

cui n'avanza per darne un pò per uno.

VII

Azimo santo e povero dei mesti agricoltori,

il pane del passaggio tu sei, che s'accompagna all'erbe agresti;

il pane, che, verrà tempo e nel raggio del cielo, sulla terra alma,

gli umani lavoreranno nel calendimaggio.

Che porranno quel di sugli altipiani le tende,

e nel comune attendamento l'arte ognun ciberà delle sue mani.

Ecco il gran fuoco, che s'accende al vento di primavera.

ma in disparte, gravi, sulla palma le bianche onde del mento,

parlano i vecchi di non sò che schiavi d'altri e di sè:

ma sembrano parole sepolte, dei lontani avi degli avi.

Guardano poi la prole della prole seder concorde,

e, con le donne loro e i loro figli, in terra sotto il sole,

frangere in pace il pane del lavoro.

 

 

 

 

Le nostre Piadine

CLASSICHE

Affettato
Prosciutto crudo - Prosciutto cotto - Salame - Speck - Pancetta

SFIZIOSE


Indecisa

Prosciutto crudo - Stracchino - Rucola
Nando
Prosciutto crudo - Edamer - Pomodoro
Boscaiola
Pancetta - Crema di funghi
Cremosa
Prosciutto cotto - Stracchino - Crema di funghi
Carciofina
Prosciutto cotto - Stracchino - Carciofini
Strako
Stracchino - Rucola
Ninni
Speck - Provola affumicata - Funghi
Il Vecchio
Speck - Stracchino - Rucola
Tobia
Pancetta - Stracchino - Funghi - Pomodoro
Tricolore
Stracchino - Pomodoro - Rucola